Sandro Pertini

I ben pensanti non accettano che si segua una strada diversa dalla loro….



10 mag 2015

LEV NIKOLAEVIC TOLSTOJ 
1901: intervista a Tolstoj

Quello che potete leggere, qui di seguito, è un documento di particolare interesse storico, cioè l’unica intervista con Lev Tolstoj, apparsa sul quotidiano francese Le Figaro, il 30 luglio e il 3 settembre 1901 e mai ripresa in Italia. L’intervista è di poco posteriore all’articolo di Tolstoj sulla questione operaia, dal titolo La schiavitù del nostro tempo. I corrispondenti di Le Figaro avevano iniziato nel 1893 una serie di interviste dal titolo Gli scrittori e la politica: gli intervistati furono Maurice Barrès, Edmond de Goncourt, Paul Adam, Emile Zola. La serie si chiuse nel 1901, appunto, con l’intervista con Lev Tolstoj sul socialismo e sul senso dell’uomo
Tolstoj
Era il 5 giugno 1892. Una terribile carestia attanagliava la Russia. Tolstoj era andato con la sua figlia più giovane nella contrada più provata, verso Tambov o Voronèje, per distribuire grano. Gli ero andato incontro fino a Klekatky, molto lontano a sud di Mosca. E’ un piccolo villaggio dove le persone non parlano né il francese, né il tedesco. Le case, attaccate le une alle altre o disposte a caso, sono edificate con travi appena squadrate. I tetti sono ricoperti di stoppie o di grosse zolle di terra rettangolari dove cresce l’erba. I contadini russi ebbri, uscendo dal kabak (dall’osteria), mi salutano con riverenza. La strada è percorsa da solchi, ovunque aspetto di miseria e di abbandono. Riesco, con l’aiuto di un manuale di conversazione, a sapere che il conte Tolstoj è atteso per l’indomani nella mattinata ed ottengo una larga panca per coricarmi, presso il vetturale Irmolaiew, dove deve passare il conte…
Dormii male. Il conte Tolstoj arrivò l’indomani alle sei. Vengono ad avvertirmi. Gli andai incontro sulla soglia dell’isba e mi presentai. Mi tese cordialmente la mano, con un sorriso di benvenuto sulla sua faccia venerabile. Vestito con una giacca di lana grigia legata in vita da una cintura, con il capo coperto da un berretto di panno. Calzava stivali e, con un bastone in mano, mi apparve quale egli era, ossia come il buon pellegrino dell’umanitarismo. Gli feci i complimenti per il suo bell’aspetto e per la sua aria giovanile, del resto i miei complimenti erano sinceri poiché, malgrado la sua barba lunga, color sale e pepe, appariva ancora come un uomo nel pieno del vigore. I suoi occhi ardenti, dallo sguardo inquisitore e profondo, brillavano dietro le sopracciglia cespugliose. Non accettò i miei complimenti. Dopo avermi presentato la sua figlia ultimogenita, una ragazza di ventitré o ventiquattro anni, che aveva fatto proprie le idee del padre, prendiamo il treno per Toula, in uno scompartimento di terza classe che trovavo molto duro a causa della nottata che avevo passato sulla panca. Tolstoj era allegro e parlava con brio in perfetto francese.
“Nel mondo ci sono due condizioni morali possibili per l’uomo: una che consiste nel moltiplicare le felicità materiali, l’altra nel ridurle il più possibile, perché non possano nuocere all’intelletto. In altre parole, ci sono due specie di uomini sulla terra: coloro che vogliono essere felici dal punto di vista materiale (ed io ero tra questi) e coloro che vogliono soprattutto accrescere la propria felicità morale (attualmente sono con questi) […]”.

Lei crede nel progresso?
“Credo che la nostra sorte debba cambiare e che può essere
migliorata. Ma non credo che il progresso materiale corre parallelo col progresso delle idee. Dunque, chi ha detto: ‘Immaginereste mai un Tamerlano, un Khan tartaro, nella nostra epoca, col telegrafo ed il telefono a sua disposizione?’. E’ vero. Guardi che cosa accade in questo momento in Russia. C’è una carestia terribile nelle province che ci lasciamo alle spalle. Ma chi impedirebbe ai contadini di Karloff, per esempio, che hanno avuto un raccolto abbondante, di vendere più caro il loro grano proprio qui, dove imperversa la carestia? Sarebbe anche legittimo, poiché ci sono stati dei periodi in cui l’hanno venduto a bassissimo prezzo. Ebbene, non ne hanno approfittato. Il telegrafo ha funzionato, ma passando sopra le loro teste, manovrato dai grossi speculatori che garantiscono l’elettricità e le comunicazioni… Il progresso scientifico dunque non serve alla massa: ne approfittano solo i furbi. E, poiché la condotta di costoro è rimasta infima, non c’è reale progresso, si avverte solo un progresso apparente”.

Che cosa pensa delle teorie collettiviste?
“In una società collettivista, tutti sarebbero dei funzionari. Bisognerebbe che fossero degli angeli, questi funzionari, per realizzare l’ideale del marxismo. Sì, questo sarà possibile quando si potrà realizzare la parabola della moltiplicazione dei pani – perché è una parabola e non un miracolo”.

Qual è l’opinione dell’autore di Anna Karenina e della Sonata a Kreutzer sulle donne e sulle loro teorie di emancipazione?
“So, per mia esperienza personale, che le donne sono inferiori all’uomo. Ma questa è una ragione in più per dar loro gli stessi diritti. E’ necessario che la loro coscienza si faccia strada. Lo stesso vale per gli uomini il cui intelletto e la cui sfera morale sono in ritardo rispetto agli altri cittadini. Se si mantengono nell’abbrutimento e nella soggezione, non ci sono le premesse perché progrediscano. Rendete loro onore. Stimolate la coscienza della loro dignità e dei loro diritti”.

Davvero le donne le sembrano inferiori agli uomini?
“Su questo non ci sono dubbi. Non ci sono mai state delle donne fondatrici di religioni, né di grandi sistemi filosofici. La loro psicologia è troppo fragile… Ma, ancora una volta, questa non è una buona ragione per considerarle socialmente inferiori. E’ necessario che tutti gli esseri umani siano uguali., altrimenti il cristianesimo è demolito da cima a fondo. D’altra parte le donne slave cominciano solo ora a prendere coscienza dei loro doveri sociali. In questo momento, una schiera di donne, di ragazze delle migliori famiglie sono nelle province colpite dalla carestia per organizzare le mense per gli indigenti. Ho iniziato in autunno. Credo di potermi vantare di aver dato l’esempio. Ebbene, questo è un eccellente campo di prova per le riforme sociali. Dopo aver visto così da vicino la miseria del popolo, è possibile che i favoriti dalla sorte comprendano il mandato del ricco sulla terra”.

[Le Figaro, 30 luglio 1901]

Tolstoj mi condusse a vedere la sua proprietà. Strada facendo riportai la conversazione sul tema che mi stava più a cuore: la sua teoria sul progresso sociale. “Ci sono” – mi disse – “due possibili sistemi sociali. Primo, quello delle leggi e della violenza. Secondo, il principio cristiano dell’amore e dell’abnegazione. L’umanità è passata attraverso tre stadi: quello bestiale, poi attraverso la dura legge di Mosè, infine attraverso la carità cristiana”.
“L’ideale cristiano consiste nell’uguaglianza tra gli uomini. Questa uguaglianza è resa possibile solo in un regime basato sulle leggi, è realizzabile invece solo in un regime che si fondi sull’amore. Bisogna quindi insegnare agli uomini ad amarsi. Per questo, bisogna cominciare a bandire la violenza. La disgrazia è che i sedicenti conservatori dicono: ‘E’ necessaria la forza per sterminare i rivoluzionari’ e che gli anarchici dicono anche: ‘Noi possiamo rendere migliore la società solo mediante la violenza’. Ogni trasformazione sociale è possibile solo attraverso un cambiamento individuale; le manifestazioni esterne, le leggi, i regolamenti non cambieranno nulla. Pretendere il contrario equivale ad afferrare dei carboni freddi per metterli in un certo modo, sperando che ardano. E’ pura follia. Prima bisogna cambiare gli uomini, accendere un fuoco al loro interno”.
“Dunque, se sono mosso da un sentimento morale, soffro nel pensare che, quando fumo o quando mi cambio due volte di biancheria, una giovane donna rischia di diventare tisica, fabbricando le mie sigarette o andando a lavare al fiume la mia biancheria inutile”.
Mi guardava in faccia, come per provocare le mie obiezioni. Ma non parlavo, mi contentavo di fissare nella memoria le idee di Tolstoj e la loro esposizione. Ricordavo, tuttavia, lo schema di domande che avevo preparato prima.

Quale è per lei la strada possibile in direzione di questo cambiamento individuale?
“L’astensione da qualunque azione contraria a quella che io chiamo la legge di Dio o il principio umanitario. Per esempio, non ho voglia di battermi contro i tedeschi; lei si chiederà se tra le motivazioni del mio lavoro c’è l’acquisto di cannoni Krupp; non vorrei parlarne, ecco tutto. Ho una decina di amici in prigione per questo ed anche per aver rifiutato di prestare il servizio militare. Il mio terzo figlio, Lev, sarà chiamato presto: ma so quello che farà; è libero, credo, ma finirà per rassegnarsi e questo gli peserà enormemente”.

Crede che nelle disposizioni attuali delle popolazioni queste resistenze si moltiplicheranno?
“Vede, è quel che sto facendo in questo momento: parlo agli uomini. Do l’esempio. Chissà quale sarà il peso che farà pendere la bilancia. Mi hanno chiesto di essere giurato, ho rifiutato. Sono stato condannato anche a pagare una multa. In questo momento, sto scrivendo un libro per denunciare queste assurdità. ‘Quando i rami diventano verdi, sappiate che la primavera è vicina’. Queste parole, che il Cristo pronunciò 1800 anni fa, sono valide ancora oggi…”.

Ricordo ancora la nostra conversazione. Ci incamminammo per una lunga strada di tigli in fiore che profumavano. Tolstoj riprese con voce cupa: “Se mi dicessero che, nonostante i miei sforzi, non riuscirei mai a far venire sulla terra il regno dei cieli, mi darei subito la morte al primo albero. Se mi dicessero che mi sarebbe sufficiente spingere un bottone per veder realizzata la mia volontà, m’impiccherei ugualmente. Perché quello di cui c’è bisogno, che è bene e soprattutto fecondo, è la lotta contro se stessi a profitto degli altri. Questa è la felicità. La gioia consiste nell’accrescere in se stessi il sentimento di altruismo. Che cosa vuole fare nella vita, se non favorire queste tendenze naturali che riscattano un uomo in direzione della bontà e dell’amore?”.
“Quel che è ridicolo, vede, è l’accusa di misticismo che mi hanno rivolto come una calunnia. Ora, chi è meno mistico di me? Non vorrei aggiungere che credo in Dio, perché questo sarebbe misticismo. Direi, invece, che credo, come il Cristo, al Padre, cioè alla fonte della vita. Quando dico che voglio seguire la volontà di Dio, con questo voglio intendere che obbedisco alla legge naturale”.

Non pensa che siano necessari dei secoli per migliorare l’animo umano? Sono sufficienti le parole?
“Ecco l’errore. Si crede che un’idea sia una cosa imponderabile, impalpabile, che si leva nell’aria e sparisce… Quando un pensiero ha attraversato il cervello di un uomo, diviene invece la forza più indistruttibile al mondo. Ai miei tempi, essere ufficiale, procuratore, sembrava un fatto invidiabile e di cui andare orgoglioso. Sono persuaso che oggi si trovano sempre meno persone disposte a riscuotere le imposte e a dirigere delle esercitazioni fatte di fucili e di cannoni e sempre meno sacerdoti disposti a predicare una religione nella quale non credono più”.
“Nella fase attuale della nostra civiltà, la scienza è posta al vertice di tutti i problemi. Ma questo è il contrario esatto della verità. Semmai bisogna iniziare una morale, il resto seguirà con molta calma, senza sforzi… Ma intanto occorre aprire scuole, utilizzare il genio dei popoli che aspettano solo un po’ d’ossigeno e di luce per aprirsi alla storia – e in una sola generazione il vostro progresso avrà portato esiti formidabili”.
“I sacerdoti potrebbero dirvi forse che io sono l’Anticristo. Non deve dare ascolto. Vogliono far intendere appunto questo ai contadini, per avere dalla loro parte Pobiédontseff, mio nemico mortale”.

[Le Figaro, 3 settembre 1901]

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